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28ª domenica “per annum” – anno C

 

La pagina evangelica di questa domenica ci mostra una successione di movimenti. Il primo è quello dei dieci lebbrosi che si muovono incontro a Gesù e, pur fermandosi a distanza a motivo della loro malattia e delle prescrizioni della Legge, lo invocano come “maestro”, riconoscendone in qualche modo un’autorità e un’autorevolezza a cui si appellano.

Alla stessa maniera di Naaman il Siro, che su suggerimento della serva di sua moglie si era rivolta al profeta Eliseo per ottenere la guarigione dalla lebbra. Anch’egli aveva riconosciuto “per sentito dire” l’autorevolezza di quell’uomo di Dio.

È la prima fase della fede: si crede, cioè si da credito a Dio, per sentito dire. Ci si fida di quella che è l’esperienza degli altri e si aderisce sulla parola di altri.

 

Il secondo movimento è sempre quello dei dieci lebbrosi che, su invito di Gesù, si recano dai sacerdoti. La Legge di Mosè prevedeva che in caso di guarigione ci si presentasse ai sacerdoti perché fosse accertata da questi la guarigione e fossero così riammessi bella comunità. Gesù comanda loro di andare dai sacerdoti senza che fosse ancora scomparsa la lebbra. Essi partono, quindi, fidandosi della parola di Gesù, pur non avendo ancora alcun visibile riscontro dell guarigione, che invece avverrà mentre si recavano al tempio.

Allo stesso modo anche Naaman, pur perplesso inizialmente, si fida della parola del profeta Eliseo e si immerge per sette volte nel fiume Giordano.

E la seconda fase della fede: si crede non più perché altri ce lo dicono, ma perché si ascolta la parola di Gesù e la si riconosce vera, viva, efficace, rivolta proprio a me. E le si da credito. Si aderisce, quindi, perché si riconosce che la parola di Dio parli proprio al cuore di ciascuno, al mio cuore e alla mia vita.

 

Il terzo movimento riguarda un solo lebbroso guarito, guarda caso un samaritano, uno straniero, un reietto. Egli torna da Gesù e compre un gesto grandioso: si getta ai suoi piedi, prostrandosi. Compie un atto di adorazione. Lo riconosce non più solo come maestro, ma anche e soprattutto come Signore.

Anche Naaman il Siro ritorna da Eliseo e riconosce che “non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele” e che “non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dei, ma solo al Signore.

È la terza tappa della fede: si adora l’unico Dio quale Signore della propria vita, oltreché della storia. Si aderisce a lui e ci si conforma a lui, aprendo la propria bocca e il proprio cuore alla lode. La fede di fa adorazione e lode, e non più solo invocazione e sequela.

 

Una nota a margine è doverosa, vista la punta polemica della chiusa della pericope. Solo uno straniero è riuscito a non fermarsi al dono, ma a ritornare al donatore per rendergli grazie. Forse sarà perché i vicini ritengano che tutto sia dovuto? Nulla ci è dovuto, ma tutto ci è donato.

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