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29ª domenica “per annum” – anno C

La parabola di Gesù, che la liturgia domenicale odierna ci consegna come Parola del Signore, focalizza un atteggiamento tipico del credente in generale e del cristiano nello specifico, l’atteggiamento della preghiera. Si badi che ho detto atteggiamento! La preghiera non è tanto una formula da recitare o da ripetere mnemonicamente, ma è prima di tutto e fondamentalmente un atteggiamento esistenziale, cioè un modo di essere che condiziona il modo di vivere, di pensare e di parlare. La preghiera è tensione verso Dio, è desiderio di Dio, è stare alla presenza di Dio. Non a caso il segno più antico per indicare tale atteggiamento – segno richiamato nella prima lettura e ripetuto ancora oggi da noi nella liturgia cristiana – è quello delle mani alzate, segno che dice la tensione verso Dio.

Quando, dunque, Gesù nel Vangelo di oggi ci dice di “pregare sempre, senza stancarsi mai” non ci sta invitando a dire e recitare un’infinità di preghiere, che finirebbero per stancare Dio e che ci renderebbero simili ai pagani che – come dice Gesù in un altro luogo – “credono di venire ascoltati a forza di parole”. Ci sta invitando, piuttosto, a vivere sempre orientati a Dio, camminando alla presenza di Dio, facendo dipendere le nostre scelte, le nostre azioni e parole da Dio.

Intesa così, la preghiera è allora il “respiro” dell’anima e della vita cristiana. Senza la preghiera si perde tutto, soprattutto il senso stesso del vivere. Quando non preghiamo più, smarriamo la via della vita, “perdiamo la battaglia della vita”. Questo sembra suggerirci il racconto dell’Esodo che abbiamo ascoltato come prima lettura. Il popolo di Israele vince contro gli amaleciti solo quando Mosè con le braccia sollevate prega. Altrimenti perde. Con la preghiera vinciamo la battaglia della vita, la battaglia del bene, la battaglia della verità.

E il nemico da combattere, l’avversario da cui chiediamo di essere liberati, come chiede la vedova al giudice disonesto: “Fammi giustizia contro il mio avversario”, ebbene quell’avversario è dentro di me, è la mia fragilità, è al mia tendenza al male “che non voglio”, ma che mi ritrovo a fare, è il mio egoismo. Prima che difenderci dagli altri, dobbiamo chiedere di essere difesi da noi stessi, dall’avversario che è in noi. E con la preghiera questo è possibile, perchè la preghiera ci espropria da noi stessi e ci riempi di Dio.

Tre tratti della preghiera emergono dalla parabola.
Il primo tratto è quello del saper attendere come la vedova della parabola. Ella sa attendere, sa aspettare anche se non vede subito realizzata la sua richiesta. Quando Lui vuole e sa, “prontamente”, ci dice Gesù, “Egli farà giustizia ai suoi…. che gridano giorno e notte verso di Lui”.
La parabola ci invita anche ad avere fiducia nella bontà del Signore. Non bisogna stancarsi di pregare perchè siamo certi che Dio è buono e darà ai suoi figli molto più di quello che chiedono e osano sperare.
L’ultimo tratto: Dio ascolta, ma non sempre esaudisce le nostre richieste, o meglio, non sempre le sue risposte alla nostra preghiera combaciano con le nostre attese. Dio vede sempre oltre e più in profondità di noi, conosce il nostro vero bene e quello di chi ci circonda. Egli desidera farci giustizia, ma non sempre la sua giustizia coincide con la nostra. Di conseguenza, pregare non significa cercare di convincere Dio o di piegarlo alla nostra volontà. Dio già vuole il nostro bene. Pregare significa aprirsi alla volontà di Dio, avere fiducia nella giustizia divina rispettando modi e tempi.

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